SCHNABELGUN
09-05-2002

SCHNABEL GUN

Se il BredaPlus doveva essere una versione del Breda appesantita, potenziata e tendente stilisticamente al THE-O di Kobayashi, il nuovo progetto avrebbe dovuto rappresentare una mia personale versione del meraviglioso mecha. Una sorta di versione “speciale” e attualizzata del The-O, pur mantenendo invariati mole e aggressività delle forme, nonché il suo fantastico sapore retrò. Per lo meno questa era l’idea germinale.

Ciò che non ho mai apprezzato pienamente nel modello di questo “gigante” è lo sviluppo della meccanica delle gambe, a mio parere troppo lineare ed approssimativa. In più mi ero immaginato fin dall’inizio un re-styling dell’intero mecha, tenendo invariate alcune parti, come i fantastici spalloni e la torretta pettorale.

Dopo aver eseguito i primi schizzi preparatori (necessari al fine di entrare meglio nell’atmosfera del nuovo mecha), mi resi subito conto che il modello si sarebbe scostato sensibilmente dal vecchio The-O, e di conseguenza realizzando la necessità di ricorrere ad un’autocostruzione quasi totale. Questo modello avrebbe implicato una mole di lavoro non indifferente, soprattutto a causa delle dimensioni dei pezzi. Intendevo infatti mantenere la scala 1/220.

Due parole sul nome: quando stavo per finirlo, mi venne l’idea del nome. Al lavoro (al tempo ero dipendente presso uno scavo archeologico) sentii parlare di una particolare tipologia di vaso etrusco del V sec. A.C., una brocca di bronzo con la terminazione a becco chiamato Schnabelkanne. Così andai a cercarne il significato sul vocabolario tedesco e appresi che Schnabel, oltre a “becco” può significare “rostro” o “artiglio” e, pensando ai piedi della mia creatura, ne fui entusiasta. Così, tenendo la prima parte della parola e aggiungendo “Gun” al posto di “Kanne” (pensando al pesante fucile), ne uscì un nome ibrido ma dal suono simile e che aveva al suo interno un’affascinante contrasto,  tra un qualcosa di antico e misterioso e un qualcosa di moderno e aggressivo.

L’autocostruzione

Come al solito sono partito ad autocostruire dal basso, quindi prima piedi e gambe e, successivamente, bacino, busto, testa, backpack, braccia e fucile.

Non sempre la lavorazione è stata semplice e lineare, risultando necessario riprendere e modificare più volte pezzi che consideravo ormai definitivi. Poiché risulterebbe impossibile e improponibile descrivere in dettaglio tutte le fasi di lavorazione, mi limiterò a riportare un resoconto piuttosto generico dei procedimenti.

Per quanto riguarda i piedi, sono partito da una forma già esistente, in questo caso un tappo di bottiglia in plastica, sul quale ho aggiunto le calotte a spicchi in Milliput lavorato a fresco e segmenti di tubi Evergreen.

Una volta asciugate le parti in Milliput, ho provveduto a levigarle ed a perfezionarle con carte abrasive di diverse granature. Per le dita (o artigli), sono invece partito da una struttura di segmenti di tubi in Stirene, intervallati da finti snodi, sulla quale ho poi aggiunto plasticare, stucco bicomponente, piccoli radiatori e rivetti Wave. La costruzione del piede ha richiesto numerose ore di lavoro, visto che ho dovuto modificarlo per ben tre volte prima di ottenere la forma che avevo immaginato. In più, avendo scelto di autocostruire tutte le dita, ho dovuto ripetere i procedimenti 6 volte. Un piccolo appunto, si noti che la lunghezza delle dita non è costante, le due frontali sono più lunghe, per conferire al piede un maggior slancio in avanti.

Per la meccanica della gamba e per il bacino ho invece ho proceduto per agglomerazione, aggiungendo a pezzi cannibalizzati da altri kit, particolari in resina clonati, parti autocostruite, plasticare e Milliput.

Questa tecnica mista permette a mio avviso una maggiore plasticità al pezzo e una migliore efficacia nel rendere reali i prodotti della fantasia.

Una volta pronta la meccanica della gamba, sono passato alle scudature di protezione frontali, autocostruite in Milliput.

Il passo successivo è stato il busto, realizzato ricoprendo interamente di stucco bicomponente il busto dello Sturm Jegher 1/220 di Kondo.

Anche questo pezzo ha richiesto varie tappe e ripensamenti, soprattutto nella zona anteriore. La torretta è stata ottenuta posizionando una mezza sfera precedentemente modellata in Milliput nel mandrino del Dremel tramite un tondino in ottone e lavorata a mo di tornio. Successivamente è stata arricchita di particolari e piccole incisioni ottenute a punta di lama. Testa e skirt frontali sono stati completamente autocostruiti con l’ausilio della solita tecnica mista, mentre spalloni, e pinnone posteriore sono stati ottenuti modificando 2 pezzi già esistenti, rispettivamente lo spallone del The-O (al quale ho ho variato la forma, rifatto le prese d’aria e tutta la meccanica interna) e un pezzo dello Sturm Jegher (che ho ridettagliato, allungato e arricchito delle prese d’aria laterali).

Il Backpack è stato autocostruito aggiungendo ai lati i due grandi radiatori circolari del G-Commander di Kondo.

Braccia e mani sono interamente scolpiti in Milliput, mentre per il fucile sono partito dall’unione tramite tondini in ottone e cianoacrilicato, di due accendini Bic, successivamente dettagliati e arricchiti di tubi e particolari vari. La cisterna posteriore è la modifica di quella dello Xecu-zwei.

Per quanto riguarda il codone, stesso procedimento di agglomerazione, partendo dai reattori clonati da una precedente autocostruzione (il Sazabi in 1/48). Su di essi ho aggiunto un’infinità di particolari e tubi di diverso diametro, e una gruppo riduttore del motore del Greif He177 (Aires 1/72) clonata e modificata,  proveniente da un kit di aereo.

La copertura della meccanica posteriore (o codone) è stato realizzato rivestendo di stucco il codone dell’Alpha-Azieru, successivamente dettagliato e pennellato all’interno ed all’esterno.

Colorazione

Questa fase è stata la più divertente perché mi ha permesso di approfondire la tecnica alla quale mi ero già avvicinato nel BredaPlus. Prima però ho provveduto a texturizzare alcune parti del modello picchiettando con un pennello dello stucco Tamia, per esempio sui gambali, su parte degli skirt frontali e sulla copertura del codone. Successivamente ho steso una mano di Primer Tamia.

La colorazione è iniziata con una base di Verde scuro acrilico ad aerografo, sulla quale ho steso velature di smalti verdi di diversa intensità a pennello. Quindi ho applicato le decals, e successivamente ho proceduto coi lavaggi ad olio, ottenuti miscelando acquaragia e oli di diverse tonalità, dal nero alla terra bruciata per le superfici piatte del modello, dai marroni ai rossi per le meccaniche, simulando la ruggine e il deterioramento.

In seguito ho scurito con lavaggi di nero Tamia e acqua le pennellature e gli interstizi nelle zone meccaniche, per creare un effetto di maggiore contrasto e chiaroscuro, nonché per riprodurre il deposito di sporcizia.

Dopo i lavaggi ho scurito alcune zone, in genere quelle soggette a surriscaldamento, per arrivare all’effetto del metallo cotto, successivamente schiarito con drybrush e grafite.

La basetta credo sia semplice ma d’effetto: una pianura desertica sulla cui superficie il clima torrido ha seviziato la terra crepandola pesantemente.

Per ottenere qusto effetto ho steso sulla basetta del Das grigio, e, appena essiccato superficialmente, ho provveduto a schiacciare la superficie in più punti, causandone le spaccature e le crepe.

Il modello è stato posizionato spingendo i piedi nel Das, in modo da procurare le crepe intorno ai piedi causate dall’enorme peso in maniera realistica.