GOBLIN
24-09-2006

GOBLIN 1/100 (MS-109B)

 

Premessa

 

Di solito quando assemblo un modello, penso costantemente alle possibilità del passo successivo: la colorazione. In questo caso il problema non si verificò, infatti comprai questo kit con un’intenzione ben precisa.

Fin dall’inizio, in quegli istanti di assoluta intimità in cui per la prima volta si studiano i pezzi di un kit in resina, mi posi un obiettivo: realizzare il mecha in livrea invernale.

Osservando le componenti del modello ebbi infatti l’impressione che un mecha come il Goblin, con le sue ampie scudature tondeggianti, sarebbe stato perfetto a ricevere il trattamento del bianco.

Da molto tempo quest’idea mi ronzava per la testa, ma sicuro di non essere giunto ad un livello tecnico adeguato, rinunciai ripetutamente al progetto.

Il coraggio mi venne in occasione dei Red Devils Awards, ove ebbi modo di osservare, ammirare e studiare alcuni bellissimi carri realizzati in livrea invernale.

Model Time fece il resto. Infatti cercai articoli che potessero avere una certa inerenza al mio progetto e feci una cernita dei più interessanti. Alla fine mi trovai in mano il No.93 e il No. 102 ove compaiono rispettivamente il superbo SD.KFZ.2 di Mario Eens e l’impressionante Panzer IV di Miguel Jimenez e Paco Bofarull. Ringrazio questi due modellisti per tutti gli spunti che ,attraverso i loro articoli, mi hanno dato.

 L’ambizione sarebbe stata quella di ricreare i vari stadi di usura e di invecchiamento sulle superfici di un grande mecha antropomorfo inesistente come il Goblin, basandomi sugli esempi di mezzi esistenti come i carri armati. Il tutto in un clima gelido e inospitale e con una livrea adatta. La sfida era ormai decisa e iniziai a pulire i pezzi.

 

 

Il modello

        

Il Goblin, Mobile Suit (armatura mobile, o MS) disegnato da Kazuhisa Kondo nella seconda metà degli anni novanta, è sicuramente una delle migliori riproduzioni in resina di mecha di quegli anni.

Questo modello in scala 1/100, opera della Kotobukiya, seguì di qualche anno la realizzazione dell’1/220, approfondendone, com’é giusto che sia, le forme e i dettagli e portando ad una riproduzione accurata e fedele del soggetto. Entrambe le scale permettono di realizzare le due versioni “esistenti” del Goblin (MS-109B e D).

Nell’episodio disegnato da Kondo “The revival of Zeon” il Goblin appare come un MS adatto alla guardia di fortezze e avamposti o in combattimenti a livello locale, sia in zone desertiche, che in luoghi molto freddi. Mecha solo in apparenza goffo e pesante, il Goblin grazie alla sua elevata mobilità e alle sue piccole dimensioni (soltanto 15,5 m) si rivelò un MS indispensabile in determinate situazioni ambientali, sostituendo a mano a mano i vecchi Zack.

Deciso che tutto era perfetto, anche a livello tematico, iniziai la fase di montaggio e di modifica del soggetto.

Il modello in questione, anche se si tratta di un recast (L’originale è oramai da moltianni fuori produzione) è di ottima fattura, quasi del tutto assenti le bolle o linee di giunzione, su una buonissima resina grigia.

 

 

Il montaggio

 

Le modifiche sono state relativamente poche, ma mirate e sostanziali. Non tanto perché fossero realmente necessarie variazioni al kit, ma perché in genere amo dotare i modelli di un qualcosa di speciale, affinché ognuno sia un pezzo unico.

Una piccola precisazione, il modello, concepito per essere posabile, possedeva molte parti destinate agli snodi, “azionati” grazie ad un sistema di Polycaps (cuffie in PVC di vario diametro che, avvolgendo sfere in resina, permettono il movimento).

Visto che sarebbe stato inserito in ambiente, e quindi destinato ad essere bloccato, ho deciso di eliminare questo sistema, adottando quello più stabile a perni metallici.

Dopo aver pulito, stuccato e impernato i pezzi, ho montato provvisoriamente il kit per rendermi conto dei volumi e delle proporzioni. Subito ho notato che le gambe erano un poco sottodimensionate e che alcune parti necessitavano o di modifiche, o radicalmente, di essere autocostruite ex-novo, ma vedremo più avanti a cosa mi riferisco.

Poiché credo che gran parte del successo della postura di un modello antropomorfo dipenda dalle gambe, ho iniziato col modificare le cosce, le quali, decisamente corte, lasciavano fuoriuscire dal gonnellone una porzione insufficiente del sottostante gambale. Così decisi di segare via la meccanica dell’anca, la quale, dopo aver allungato con Milliput la coscia, sarebbe stata riposizionata sulla parte appena creata. Stesso discorso per la meccanica della caviglia, ricreata più lunga, in modo da permettere una maggiore angolazione al piede conferendo al modello un’accresciuta eleganza. In alcuni punti è stato a mio avviso necessario anche un lavoro di asportazione di alcuni dettagli (ad esempio una tanto improbabile quanto anti-estetica presa d’aria sul collo del piede), un po’ per gusto personale, un po’ perché inesistenti nel concept design originale.

Una volta ancorate le gambe al bacino, e decisa la postura, il passo successivo fu quello di colmare con stucco bicomponente tutti gli anfratti creatisi dall’eliminazione dei Polycaps. In seguito ho montato gonnella, busto, backpack e testa. Dal busto ho eliminato alcune brutte placche di protezione e pannellature e, al loro posto ho realizzato delle incisioni in prossimità delle prese d’aria pettorali. In aggiunta, vicino alle antenne situate sul backpack ho realizzato in plasticard alcune centraline con relativi cavi che avrebbero congiunto la base delle antenne (anche queste aggiunte) con il resto del corpo. I tubi che cingono il torace sono stati sostituiti con guarnizioni dei paraoli da cammion (tubi a molla), entro i quali sono stati fatti passare segmenti di fil di ferro rivesiti di filo elettrico. Una volta curvati e posizionati, con un pennello imbevuto di stucco diluito, sono stati colmati i vuoti causati dalla curvatura della molla, conferendo al tubo un aspetto veramente realistico.

Altri tubi a molla, ma questa volta molto più sottili, sono stati aggiunti alla testa, sulla quale ho anche simulato il visore ottico con un rivetto per modelli navali.

Veniamo ora alle braccia. Visto che immaginavo il MS armato e in fase di avanzamento, occorreva studiare una posizione efficace delle braccia, che avrebbero dovuto sostenere il pesante fucile. Divise in 5 parti e precisamente sottospalla, braccio, meccanica del gomito, avambraccio e mano, decisi di modificare ogni parte, in modo che l’impugnatura dell’arma risultasse il più comoda e naturale possibile.

Il sottospalla originale, troppo piccolo e tondeggiante, è stato usato come supporto per uno  strato di plasticard da 0.3mm, sul quale poi sono stati riportati i dettagli originali dei disegni di Kondo. L’unione tra quest’ultimo e il resto del braccio è stato ottenuto con un tondo che simula lo snodo, ottenuto incollando un piccolo oblo di dettaglio navale direttamente sul pezzo in resina. La meccanica del gomito è stata completamente rifatta e ridettagliata con tubi Evergreen e option parts clonate dalla Wave. Ovviamente queste operazioni sono state effettuate su entrambe le braccia, fatta eccezione per quella sinistra, quella cioè che avrebbe dovuto sorreggere l’arma, per la quale ho rifatto la mano direttamente sul fucile, creando così un corpo unico con essa e una conseguente maggiore realismo.

Le ultime parti ad essere modificate sono statee le alette posteriori, sulle quali ho aggiunto uno snodo su un’estremità e un’antenna e un augello sull’altra.

Il modello primerizzato mi convinse parecchio e dopo poco stavo già preparando  colori e aerografo.

 

La colorazione

 

Finalmente ero arrivato alla fase avvincente del progetto.

Ispirandomi all’articolo relativo al sopraccitato modello di Mario Eens avevo programmato di realizzare una mimetica preliminare. Quindi ho spruzzato su tutto il modello una tinta color sabbia mischiando varie tonalità di acrilico Tamiya.

Poi ho iniziato a delineare le aree più scure della mimetica stendendo a pennello del  dark olive diluito al 40% successivamente uniformato ad aerografo.

Per le meccaniche e il fucile ho optato per una tinta verdastra al fine di simulare la vernice antiruggine che un tempo veniva usata all’interno dei mezzi, nel mio caso ottenuta miscelando tinte lucide, opache e trasparenti a più mani, in modo da ottenere un effetto contrastato e satinato. Dopo aver steso l’antiruggine su tutte le meccaniche e negli interni di scudature e gonnelle, ho iniziato a studiare il posizionamento delle decals. Poiché desideravo comunque contestualizzare il modello all’interno della tematica della mia più recente produzione (BredaPlus e SchnabelGun, ModelTime No.  E No.  ) ho deciso di inserire le immancabili stelle e numeri. Quindi, dopo aver steso una passata di lucido Tamiya nelle zone destinate alle decals, ho proceduto a posizionare queste ultime sul modello. Ho concluso questa fase di verniciatura preliminare con una leggera mano di trasparente satinato a bomboletta per reuniformare il modello. Dopo aver atteso il tempo necessario affinché la vernice si asciugasse, finalmente ho iniziato a stendere le prime velature di bianco. Questa è stata la fase più critica, poiché iniziarono ad assillarmi alcune domande: Sto coprendo troppo? Sto coprendo troppo poco? Dove la vernice sarebbe più spessa? Dove più usurata? Ad ogni modo andando a gradi e con calma riuscii a raggiungere una prima parziale copertura, diciamo accettabile. Quindi ho rimontato il modello per la terza volta e mi sono accorto che iniziavo a vedere con più chiarezza i volumi del mecha e i passaggi successivi.

Dopo ripetute mani di bianco acrilico alternate a bianco Humbrol, stese in modo irregolare, la livrea iniziava a prendere corpo e realismo. Il passo successivo fu quello di riprodurre le scrostature poste sulle spigolature della corazza, realizzate con pennello 00 intriso di grigio molto scuro a smalto. Questo è un lavoro che richiede, a mio avviso, una grande pazienza e concentrazione, poiché le supefici da trattare in un mecha di questo tipo sono numerose ed estese, e ogni scrostatura necessita di una buona dose di immaginazione per essere riprodotta fedelmente. Infatti all’inizio, compiendo alcuni errori, mi sono accorto  che fin troppo facile è dipingere uno scarabocchio, invece che riprodurre fedelmente l’effetto del colore scrostato.

Una volta terminata questa interminabile fase, ho dato maggior distacco cromatico insistendo con bianco smalto lungo le scrostature.

A questo punto, per quanto riguardava la livrea, ero a metà dell’opera e decisi che era giunto il momento di dedicarmi anche al trattamento delle meccaniche.

La zona motore, un complesso che comprende bacino, codone interno e parte del torace, é a mio avviso un vero capolavoro ed è stato veramente divertente dipingerla e dettagliarla. Questi pezzi sono un vero e proprio tripudio di cavi, tubi, filtri e parti meccaniche, quindi con varie tonalità ne ho fatto risaltare i volumi e i dettagli, cosa che non manca mai di entusiasmarmi.

Dopo aver applicato un primo lavaggio con una miscela di acqua e nero Tamiya , una volta asciutto, ho proceduto con svariati altri passaggi, ottenuti stendendo a più riprese altri lavaggi ad olio di diverse tonalità e concentrazioni.

Quindi, dopo aver raggiunto un risultato soddisfacente, sono tornato a concentrarmi sulle corazze, iniziando ad applicare i lavaggi anche sul bianco.

Per questa operazione ho ripetuto più o meno i lavaggi precedenti, ma avendo cura di diluire maggiormente le miscele. In seguito ho steso anche alcuni filtri di varie tonalità più o meno calde, cosa che ha dato alla colorazione un maggiore livello di realismo. Per questa tecnica ho polverizzato con carta abrasiva alcuni gessetti di qualità. Il pigmento creatosi è stato steso con pennello asciutto sulle superfici interne ed esterne, successivamente trattate con acquaragia per stendere e fissare le polveri.

Fatto questo mancavano solamente due fasi dell’invecchiamento: le zone scure vicino alle parti soggette a calore e le aree soggette a ruggine. Per quanto riguarda le prime, sono tornato all’aerografo, stendendo ripetutamente campiture selettive di nero opaco Tamiya molto diluito, in modo da mantenere una certa trasparenza del colore, mentre per la ruggine ho applicato lavaggi ad olio e polveri della tonalità desiderata. Non me ne vogliano i puristi di Gundam che vedono i Mobile Suits come macchine realizzate in una lega inossidabile. Non credo che Kondo, a giudicare dalle sue tavole, la pensasse allo stesso modo, e considero più affascinante una visione più realistica che vede questi mecha come enormi macchine corazzate e null’altro.

 

La base

 

Non avendo mai riprodotto un’ambientazione invernale, anche la realizzazione della base risultò piuttosto avvincente.

Una volta scelta la basetta in legno (in questo caso una cornice ovale in noce) per prima cosa ho tracciato una dima del suo perimetro interno  su un cartoncino bianco.

Avevo in mente di ricavare una sorta di scatola, nella quale sarebbe stato colato il gesso, destinato a riprodurre un rilievo montuoso. Dopo aver ritagliato l’ovale, ho tagliato da un altro foglio una lunga striscia alta circa 15 cm per la sponda della scatola. Le due parti così ottenute sono state rivestite di scotch da pacchi, al fine di rendere impermeabile tutte le superfici. Una volta ultimata la scatola ho riposto al suo interno due corpi realizzati sempre in carta e scotch, in modo da fornire alla colata grezza già una certa irregolarità. La colata è stata eseguita a più riprese inserendo tra uno spessore e l’altro carta e scotch, per ridurne il peso.

Estratto il gesso indurito, ho proceduto, con due cacciaviti e col cutter, a scolpire la roccia, creando anfratti, guglie e grotte, aumentando a mano a mano il livello del dettaglio. Successivamente ho steso uno strato di Das per iniziare a simulare lo spessore dello strato di neve e i relativi accumuli. Poi ho stabilito la posizione del modello, calcando i piedi direttamente nel Das ancora fresco, aggiungendo anche le orme dei passi compiuti in precedenza.

A Das essiccato, dopo una mano di primer, ho iniziato la colorazione dipingendo la roccia con marrone scuro acrilico, successivamente drybrushato con velature di smalti grigi e ocra. Un lavaggio di acqua e nero Tamiya ha poi conferito una prima impressione di realismo alle porzioni rocciose, mentre una mano di bianco acrilico ad aerografo sulle parti interessate, ha preparato la base a ricevere il trattamento successivo: la neve.

Questo passaggio meriterebbe un capitolo a sé tanto è l’impegno che ha richiesto questa fase. Totalmente inesperto in merito, non so per quale strano motivo, consideravo applicare la neve una procedura molto più semplice. Numerosi passaggi si sono susseguiti e a vari spessori, stendendo ad aerografo lo specifico collante diluito con acqua e successivamente setacciandoci su la neve. Occorre aspettare che ogni mano sia perfettamente asciutta prima di stendere quella successiva, quindi il processo ha richiesto molto tempo. Un volta assicurati i piedi del Goblin alla base tramite tondini in ottone, ho spennellato qua e là anche i piedi e alcune scudature del sopraccitato liquido e spolverato con la neve. Questo ultimo procedimento si è rivelato particolarmente efficace, poiché a mio parere ha reso veramente l’idea della corazza ghiacciata.

Ecco, il modello era pronto, finito e imbasettato, ma l’arte del complicarsi la vita, tipica del modellista, è dura a morire. Notai infatti che come al solito mancava qualcosa. Dopo essermi assillato per un po’ di tempo chiedendomi cosa fosse, capii che il problema consisteva nell’impianto iconografico. Il bianco tende ad uniformare tutto e modello e base si perdevano uno dentro l’altro. Quindi ho optato per l’inserimento di alcuni particolari all’interno della scena per aumentare il senso della scala, il contrasto e il realismo.

L’idea di inserire la staccionata e i pali della luce mi è venuta riguardando le foto della  vacanza in Grecia, da poco conclusasi, dove ho avuto la fortuna di vedere e fotografare questi due elementi. Mi sono anche accorto del fatto che  le rocce scolpite asomigliavano terribilmente a quelle osservate in vacanza, anche se in questo caso il clima sarebbe stato ben altro!

Così mi procurai un gran numero di sottili ramoscelli secchi nel giardino sottocasa e, steso uno schizzo della staccionata, iniziai a stagliuzzarli e a comporli con molta pazienza. Poi, posizionate le porzioni di staccionata sul manto di neve con cianoacrilicato, le ho spezzate e curvate in prossimità dei piedi del Goblin, in modo da creare l’illusione del violento e distruttivo calpestìo.

Per quanto riguarda i pali della luce, sono stati realizzati con un segmento di stecchino per spiedini, e diversi particolari in plasticard, destinati a riprodurre i vari elementi metallici del traliccio. Una volta assemblate le parti e fissati i pali  nell’ambientazione questi ultimi sono stati colorati con vero impregnante per legno diluito, Silver Humbrol e lavaggi di nero, e infine arricchiti dai cavi elettrici. Questi ultimi, realizzati attorcigliando fili elettrici in rame, sono stati colorati di smalto grigio scuro e successivamente infilati all’interno degli appositi passanti del traliccio. Infine, piegati i pali in avanti e spezzati i cavi della luce, ho cercato di sottolineare ulteriormente il violento sfondamento del corpo del mecha. Il modello è stato ultimato con gli ultimi passaggi di neve sulla staccionata e i pali, e, poiché mi ero accorto che la neve possedeva un’eccessiva concentrazione di particelle brillanti, con una mano di trasparente satinato.